La Pietà. Dal Michelangelo alla Pietra

La Pietà. Dal Michelangelo alla Pietra

Il Suiseki è arte, molti di noi si dedicano alla pratica di trovare la pietra, vederci qualcosa, allevarla, farle la base e portarla ad un livello espositivo che può far parte del proprio io o condividerlo con qualcun altro in mostre.

Ma la parola arte che noi intendiamo in occidente è diversa da come intesa in Oriente e questo è molto importante capirlo per poter dare una giusta informazione nell’interpretazione della stessa.

Scelgo in questo caso questa dolomia scura calabrese poiché la considero un ponte tra i due modi e mondi, di considerare l’arte con diversi punti di unione.

Il concetto di arte orientale è direttamente connesso alla Natura.

L’uomo è solo un mezzo per esprimere il suo concetto di naturalezza. L’arte è quindi riflessa negli aspetti quotidiani della vita di un orientale, il quale con gesti ripetuti ed infiniti, raffina le sue doti e la sua artigianalità fin a quando il suo lavoro risulta invisibile e lascia spazio alla naturalezza delle cose.

Ricerca del perfezionamento e della via, sia dal punto di vista tecnico che spirituale (esplorare nuovi dimensioni). La sua pratica diventa passione nella quotidianità fino a diventare motivo di vita. Aspetti religiosi come lo Shinto e lo Zen, che coesistono non fanno altro che amplificare il concetto di arte verso la natura.  

A tale argomentazione, affianchiamo un concetto di bellezza tipico giapponese, quello del Wabi Sabi .

Wabi (tristezza) come concetto si basa su una eleganza semplice ed essenziale priva di elementi appariscenti e ridondanti, con sensi di tratti imperfetti, rustici e genuini.

Questa essenzialità è il massimo riflesso dell’artista orientale segno intangibile che la sua opera non appare sua, ma della natura. Sabi come concetto di transitorietà, per ricordarci che nulla è indeterminato, ma ogni cosa ha una sua trasformazione e temporaneità.

In Oriente la bellezza è estetica di luce soffusa in cui il tokonoma diventa luogo di sacralità e di vuoto creativo. Un’esposizione dove i dettagli si scoprono man mano che l’occhio esplora e che il concetto di Yugen, di misterioso e transitorio si concretizza in un’attesa aleatoria e sfuggente.

Il concetto di arte occidentale è profondamente diverso. L’uomo non è al servizio della Natura ma è sopra di essa, la plasma, la domina e la fa sua. Non è un concetto di essenzialità, ma di sfarzo e di perfezione del bello estetico.

L’uomo va alla ricerca della perfezione e addirittura supera la natura per far apparire un bello oggettivo ed esteticamente condiviso, fatto di perfezione simmetriche ed armoniche.

Non è un’arte della Natura, ma la supera, non è un’arte genuina ma artificiale e fredda. L’opera alla quale tende l’occidentale mira ad essere inimitabile.

Da un punto di vista artistico si può dire che l’Occidente fotografa la realtà mentre l’oriente la dipinge, vedendola non attraverso l’obiettivo meccanico della macchina fotografica, ma attraverso il suo occhio di artista. L’orientale non si limita a contemplarla ma cerca di penetrare nell’oggetto per “viverne la vita”.

L’uomo occidentale, dalla mentalità più rigida cerca di stabilire delle regole, dei termini in cui inquadrare un qualcosa. La bellezza diventa estetica sfarzosa di luce, che riempie d’informazioni l’osservatore in un baleno senza far assaporare i singoli dettagli.

Essendo un’arte orientale il concetto di naturalezza è intrinseco nel significato del termine SUISEKI. La pietra deve essere lavorata solo dal tempo, sia per il motivo di cui sopra Wabi (non deve essere visibile la mano dell’uomo), sia per la profonda concezione shintoista nel quale in ogni cosa della Natura vive un Kami (spirito) da rispettare.

A mio parere, questi sono i due motivi fondamentali per cui il Suiseki dovrebbe ammettere solo pietre trovate naturali, non lavorate e levigate, se non dalla sola natura e dal tempo e mai dall’uomo.

Non è tutto: è pensiero comune che la pietra sia una cosa senza vita. Nulla di più sbagliato. La roccia ha una sua vita molto complessa. Al suo interno conserva la sua origine, ma si adatta a tutti i cambiamenti e le condizioni di ciò che la circonda dall’esterno.

È la vita che fluisce e muta in tempi infiniti. In queste sue evoluzioni, attraverso il suo proprio “ki” assorbe tutte le energie e le manifestazioni della natura mostrandole attraverso la sua consistenza, la sua forma, il suo colore sempre diverso a seconda delle circostanze in cui viene a trovarsi.

Per questo si dice:

La pietra vive come ogni altra realtà essendo il risultato di continue evoluzioni, trasformazioni della materia.

La pietra oggetto di tale articolo collega a mio giudizio i due mondi opposti dell’arte, poiché nel suo potere evocativo del Suiseki, mi ricorda la “Pietà del Michelangelo”.

Prima suggerendomi in modo sottile un disegno di una madre che perde il figlio, tenendolo nelle sue braccia. Poi balenandomi nella mente i diversi tratti di perfezione dell’opera mondiale, a cui l’artista ci mise nove mesi a reperire il blocco di marmo da scolpire. Infine, una ruvida pietra fatti di tratti imperfetti, che la Natura ha disegnato.

Il mio significato in questo scritto è quello di trovare un collegamento tra i due mondi dell’arte, distinguendone i caratteri.

Questa pietra mi ha offerto uno spunto interessante, senza offendere il significato dell’opera maestra, ho cercato di spiegare l’essenza di naturalezza del Suiseki con i suoi tratti evocativi, di suggerimento e di naturalezza, che a mio parere deve avere in dote per essere definito tale.

Aldo Marchese © RIPRODUZIONE RISERVATA

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