Eneepah, l’isola miraggio

Eneepah, l’isola miraggio

Non sono tantissimi gli anni trascorsi da quando mi sono dedicato alla pratica del suiseki, e ad essere sincero, credo di non aver capito ancora quale sia la sua essenza. Nel corso di questo tempo, ho potuto realizzare come ogni praticante veda quest’arte in modo personale e soggettiva. Il mio modo di fare suiseki ruota attorno al concetto di “prendersi cura”, ed in un certo senso, Eneepah è quella che maggiormente lo identifica.

Per mia sfortuna non ho mai avuto il piacere di immergermi nella natura e raccoglierne i “frutti” così come fa la quasi totalità dei suisekisti. Quelle poche pietre che ho sono la conseguenza di un innamoramento a prima vista, di un colpo di fulmine, al quale non ho potuto che cedere. 

Era il 2009, e nel numero di Luglio/Agosto di Bonsai&Suiseki magazine Luciana Queirolo pubblicò un ottimo articolo intitolato “il Ma attorno ad una pietra”. Da redattore, avendo avuto la possibilità di vedere le sue immagini in anteprima, fui colpito dall’essenzialità e dalla bellezza di una pietra estremamente evocativa.

La contattai chiedendole se, tra le pietre mostrare nell’articolo, ne avesse qualcuna in vendita; lei mi rispose di sì, ma avendole indicato quale mi interessava, mi disse che non era in vendita

Una decina di giorni dopo, il postino mi consegnò un pacco. Con un misto di incredulità e stupore, lo aprii ed al suo interno trovai proprio quella pietra, un gioiello per eleganza, semplicità e delicatezza. Chiamai subito Luciana per chiederle come mai avesse cambiato idea e quanto le dovessi dare, ma la sua risposta fu per me spiazzante: “ti avevo detto che non la vendevo, ma visto che la volevi, l’unico modo per dartela era quello di regalartela”

Ricevere un dono è sempre un atto d’amore, ma quando il dono è inatteso e fatto col cuore, il suo valore diventa inestimabile. L’unico modo che avevo per ripagare tale gesto era quello di valorizzare al massimo quel piccolo grande tesoro, e per farlo non potevo che dedicarmi alla sua esposizione. 

In essa vedevo un’isola lontana avvolta dalla foschia, da quel chiarore che ne rendono indefiniti i contorni, come quando si ha un miraggio. 

Inizialmente commissionai a Tiberio Gracco un suiban di gress non smaltato, semplice, minimalista, che non sovrastasse la pietra e che la lasciasse esprimere. Poi fu la volta del tavolino e degli elementi di accompagnamento. Una volta avuto tutto, iniziai a confrontarmi con gli altri ed esposi il mio allestimento a diverse mostre. 

Di volta in volta raccoglievo suggerimenti e proposte sul come migliorarne l’esposizione. Il tavolino, ad esempio, era otticamente troppo pesante, così decisi di farne realizzare un altro da Sergio Biagi. Il modello da lui creato, dalle linee sobrie ed eleganti, ben si armonizzò col suiban e la pietra. 

Presi anche dell’altra sabbia, dal colore più uniforme e tenue. Come elemento di accompagnamento abbinai una coppia di tempai di granchio, piccoli e discreti. 

Tra una prova e l’altra, giunsi così al Congresso UBI del 2012 dove l’allestimento fu particolarmente gradito dagli altri suisekisti ed al giudice. 

Sono certo che la mia crescita come suisekista la debba proprio a questa particolare esperienza che mi ha permesso – mettendomi continuamente in discussione – di entrare più in profondità di questa splendida pratica, e di creare dei legami altrettanto profondi e solidi

Ho proposto altre volte questo allestimento, ed in una di queste occasioni, accolsi il suggerimento di Luciana nel provare a realizzare un daiza per intentare nuove possibilità espositive. 

Per anni ho lasciato Eneepah nella sua scatolina, il percorso fatto insieme aveva onorato Luciana ed il dono fattomi, e mi aveva arricchito al di là delle mie più rosee aspettative. Sentivo però che aveva ancora tanto da raccontare, che il suo cuore pulsante era ancora in grado di suscitare nuove emozioni, e capii che avrei dovuto rispettarne la sua essenza, donandola con cuore puro così come Luciana aveva fatto con me.

Andai così a far visita a Tiberio e gliene feci dono. Dopo averla sistemata su un tavolino basso, la adagiammo sulla nicchia esterna del suo tokonoma… e lì, come un brillante posto sotto la giusta luce, si illuminò.

Colpito da quel dono, Tiberio ha voluto a sua volta regalarmi un suo suiseki sapendo quanto esso mi piacesse (ma questa è un’altra storia).

Tempo fa scrissi [link] :

Occorre raggiungere un necessario distacco verso “l’oggetto suiseki”, primo passo indispensabile per entrare in armonia con la sua essenza, passo senza il quale rimaniamo relegati ad uno stadio di consumistica materialità. Chiedersi di chi è un suiseki, è come come chiedersi di chi è l’aria che si respira.

In questa mia esperienza, credo ci sia il senso di queste parole. Un suiseki è tale quando trascende la sua natura di pietra e ci riporta all’originaria armonia… come direbbe Daniela Schifano: “Per piacere, non chiamateli sassi”.

Carlo Scafuri © RIPRODUZIONE RISERVATA

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4 Comments

  1. Do solo un commento soggettivo e personale sulla pietra che trovo bellissima e, come isola, decisamente nel suiban anche se con il daiza ha il suo fascino, ma probabilmente per Tiberio non rappresenta più un isola…

    • Personalmente la ritengo una bellissima pietra suiseki e, visto che viene definita un isola da Carlo Scafuri che si è preso il compito di valorizzarla, ok molto bene il suiban magari dal colore tendenzialmente acqua marina, anche con il daiza ha un discreto fascino, ma bisogna vedere se Tiberio Cracco la considera ancora isola…

  2. Mi é sempre piaciuta il suiseki del quale Carlo ha narrato così bene la “parte” della sua storia durante la quale gli é appartenuta. E mi piaceva molto esposta sulla sabbia bianca. Rendeva molto l’idea di un’isola evanescente e irraggiungibile. Ora che ha un suo daiza…non so, vedremo in esposizione, appena ci sarà dato di vederle, però mi piace con il tavolino così basso.

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