L’importanza del premio

L’importanza del premio

Era il lontano 2008 quando il Consiglio Direttivo del Napoli Bonsai Club approvò la mia idea di creare un Forum. Nessuna scoperta sensazionale, all’epoca ce ne erano già tanti di forum di discussione, ma quello – in particolare – poteva vantare la collaborazione e la guida di nomi illustri nel panorama bonsaistico e suisekistico nazionale.

Oltre a questa eccellenza, pensammo bene di creare al suo interno una sezione dedicata all’AIAS dove, non solo potersi confrontare condividendo le proprie esperienze e le proprie idee, ma imparare da chi, come Luciana, aveva tanto da insegnare.

Ricorderò sempre quegli anni, sono stati illuminanti per me, e per chi come me aveva un’inestinguibile sete di sapere.

Il Napoli Bonsai Club FORUM fu – di fatto – il seme dal quale sbocciò il Bonsai&Suiseki magazine, prima rivista digitale del settore completamente Open&Free, e nella quale convogliarono le cose migliori filtrate da quell’enorme calderone che era il forum stesso.

Sono passati anni dicevo, eppure le riflessioni fatte all’epoca mostrano ancora tutta la loro validità. È questo il caso dell’articolo (a firma di Luciana Queirolo) che sto per presentarvi: nato come discussione nel forum e poi pubblicato nel numero di Settembre-Ottobre 2010 di BSM.

Carlo Scafuri

Ma il giudizio, il premio, mi cambiano la vita?

Nel 2010, scrivevo così, sul Forum del Napoli Bonsai Club. Per me, poco è cambiato, lo ammetto.

Cosa è il “Suiseki”? Dopo più di venti anni di innamoramento, (ed ora son trenta!) al di fuori della mera teoria, posso onestamente dire che esattamente non lo so: di quest’Arte millenaria, conosco ancora troppo poco. 

Ma la Suiseki-do è un cammino che percorri senza preoccuparti di vederne la fine: un percorso lungo il quale vieni allettato dagli stimoli di culture diverse, anche se dipartite da una stessa origine; la via su cui spero di poter proseguire ancora… conscia che, alla mia fine, non sarò giunta neppure a metà strada; manifestazione atavica di amore per la Natura, altre motivazioni e tradizioni, si perdono nella notte dei tempi.

Questo non è “suiseki”: questo è un piccolo frammento di materia, fornitoci da Madre Natura. 

Il godimento della semplice raffinatezza, la propensione verso meditazione, pace, introspezione, vengono alimentati da quell’insieme di atmosfera e venerabilità che intorno alla pietra avremo saputo creare con gli elementi dell’esposizione: daiza o suiban o doban; tavolino, dipinto, oggetti di compagnia: tutto, tra loro, in equilibrio ed armonia.

Ma lo stupore; quella meraviglia che chiude per un attimo il respiro; che ci fa sentire toccati dalla benevolenza divina… questo subbuglio di emozioni, lo puoi provare da subito: osservando una pietra, scelta tra mille, alle pendici del monte, in riva al lago o mentre affondiamo i piedi nel torrente.

L’insieme di infinite variabili ha prodotto: una forma, una malgama di linee e colori, di pieni e vuoti, di texture ora tormentate, ora setose… dando corpo e vita ad una immagine tridimensionale… 

Oppure, ad un disegno tracciato sulla e nella pietra, che ha del miracoloso: risultato di una combinazione quasi alchemica di Materia e Colore, trascende dall’essere copia del reale.

Ecco: osservando un sasso raccolto in riva al mare, mi accorgo di aver inconsciamente attivato un ponte sottile che ci aiuterà a comprendere tradizioni a noi lontane: quando il pittore non copiava il paesaggio, ma traeva ispirazione dalla suggestione di una pietra, per completare i suoi dipinti.

E qui, sempre riportando le riflessioni di 10 anni fa, sento sia giusto riproporvi un’altra vecchia domanda, pur sempre attuale:

Ma il giudizio, 
Se inteso come mezzo attraverso il quale arrivare al premio,
ci cambia la vita?

Così scrivemmo e così ricevetti considerazioni da vecchi amici che vorrei ancora ritrovare, dopo tanti anni:

Carlo Scafuri: “Quale dovrebbe essere il giusto modo di porsi del bonsaista nei confronti del Premio?”. Scusate le mie elucubrazioni mentali, ma l’arrivare a premio è davvero così importante? È il nuovo status simbol del provetto bonsaista, è un riconoscimento importante al lavoro svolto fino a quel momento, oppure è un modo come un altro per farsi pubblicità?

Ci ho pensato.  E’ giusto che ognuno di noi ci faccia su, la propria personale riflessione. Sono stata da sempre sostenitrice delle Mostre senza premi; mi pareva di combattere contro i mulini a vento: “senza premi, la gente non partecipa.”

Certo, ma riferendoci a delle pietre, ci sono da fare dei distinguo: di differente peso è l’intervento umano sul bonsai o forse, più precisamente e dopo una attenta lettura, si rivela inversamente proporzionale l’importanza dell’apporto, tra concetto e manualità. 

Carlo ci invita a fare un piccolo, ma poi non tanto piccolo, esame di coscienza… la sua domanda non è formulata per scivolare via in superficie.  Carlo ha consapevolezza delle loro potenzialità, atte ad indagare nel nostro profondo, stimolandoci nel tentare di capire a che punto siamo, lungo la strada della conoscenza della pietra o del bonsai. Soprattutto, a quale livello ci stiamo rapportando, a che punto di comprensione.

Intanto, già la notevole differenza tra l’intervento manuale umano su una pianta e quello su una pietra, dovrebbe diversificare enormemente le spinte emotive di una celebrazione individuale.

Alchimista scrive: “A mio modestissimo avviso il miglior premio è avere la consapevolezza di essere nel giusto, di essere impegnato in qualcosa che ti soddisfa e ti gratifica e di dare il meglio di te stesso sempre ed in qualsiasi circostanza. Se a questo si aggiunge la gratificazione di un premio, ben venga.”

Sandra“- C’è quello che vuole imparare e confrontarsi col mondo e migliorarsi. – Peso dato ai premi: consistente perché sono il riscontro di aver imparato bene.
– C’è il maestro che lo fa perché glielo chiedono (ed è pure un po’ stufo di farlo). – Peso dato ai premi: moderato. Ormai gli è chiaro il suo valore/potenziale e non ha paura di confrontarsi. Se arrivano premi va bene ma non ci muore dietro.”

Io penso che il maestro sia vulnerabile, in questo, anche più di un novellino. Che forse preferisca rimanerne fuori od al di sopra; a volte, non considerando il giudice all’altezza di giudicare la sua pianta – il suo suiseki.

Perché affronto questo tema? È attinente, ci insegna qualche cosa? Come ci aiuta nella conoscenza dell’arte delle pietre? Credo che condividere le emozioni di una stessa passione, avere la chiave di lettura uno dell’altro… sia comunque un arricchimento per tutti.

Sì… ho sempre sognato mostre di pietre senza premi: mostre che siano punto di incontro e di scambio, prive di ogni risentimento bene o mal celato. Le ho sempre caldeggiate non per eliminare il “cattivo” spirito di competizione, quello non sano; ma per l’oggettiva difficoltà nello stabilire il valore intrinseco di un suiseki, “al di là” di una sua estetica apparente.

Più facile, nel Bonsai, avere esperti agronomi assolutamente addentro alle pecurialità di una specie, ai suoi limiti di crescita, delicatezza, struttura, esigenze etc ….

Generalizzando, c’è meno preparazione, nel giudicare un suiseki: non sempre c’è una approfondita conoscenza dei materiali. Riferirsi alla scala Mohs delle durezze, non basta: ignee, sedimentarie, metamorfiche … nella roccia vi sono, come nel legno, il “verso” di sedimentazione, di rottura, di impasto; gli accadimenti geologici che hanno assemblato elementi differenti; il processo di metamorfizzazione… le mille variabili di intervento degli agenti naturali… insomma: quelle caratteristiche che diversificano il modo e la possibilità stessa di modellarsi.

Tutto questo e molto altro ancora, può aver concorso a creare quella forma, colore, texture, che fanno la suggestione di una pietra, certamente. Ma, a seconda del materiale: con quale facilità e facile reperibilità; oppure: con quale sorprendente, rara, unica, combinazione?

Ecco che arrivo ad un mio reale vissuto che possa forse spiegare a voi, cosa vuole dire per me, un premio ad una mia pietra. A cuore aperto, sperando che raccogliate le mie parole come amore per ciò che faccio.

Arco: il Congresso IBS 2010 si è concluso…  guardo le foto, le mie foto e faccio: boh! In foto, mi sembra il povero anatroccolo in mezzo ai cigni (mamma mia! Se l’ho pensato io, allora … gli altri …?).

La mia intenzione, quest’anno è stata, se vuoi, didattica: ho presentato due pietre con un percorso geologico molto simile: una proviene dalla Cina, l’altra dalla Liguria. Quando le mie ricerche sui materiali arrivano a realizzare tangibilmente questi paragoni… è verità: mi esalto ☺

Lvliang stone (anche chiamata Lülaing stone, paesaggio di pianura o “Pietra Imperatore”) è pietra sedimentaria cinese proveniente dalle colline rurali della contea di Lvliang, tra l’antica Sishui ed il fiume Giallo.

Ce l’ho da un anno. Ho spazzolato il materiale più morbido e giallo, contro le raccomandazioni del venditore, sino ad arrivare ad una durezza accettabile. Scurirà, col tempo. Venduta con un fronte diverso, ravvisai un “Villaggio” di pescatori, sul retro. Per questo la scelsi e così l’ho mostrata.

La pietra che invece trovai qui in Liguria, la sto proteggendo da forse più di 15 anni. Naturalmente ignara dell’esistenza di qualche cosa di simile altrove, ne trovai due esemplari, poi, niente più. Il tempo passato al coperto, ha trasformato lo strato chiaro da cui fuoriescono le protuberanze di palombino, conferendogli una patina a gradazioni di intensità corposa e lucentezza differenziata.

Riconosco in lei, come pietra italiana, la valenza della rarità ed il valore della patina acquisita nell’attesa di mostrarla.

La suggestione…? Penso che quel nome poetico tirato fuori in un secondo per necessità di cartellino, rispecchi ciò che di lei mi inteneriva, senza averne piena coscienza.

“Il pianoro delle colline solitarie” … paesaggio vagamente … desertico. In quella distesa di terra gialla, lo spazio si dilata. La crosta terrestre si spacca, separando per sempre le colline tra loro. Il vento, sta ricoprendo di sabbia le ferite. Lo sento fischiare lontano, nella sua corsa tra l’una e l’altra … Furyu: vento che scorre. “Come vento in movimento, può essere percepito, ma non si vede”.

Forse, percezione difficile da comprendere?  Linguaggio silenzioso: “ascoltandone” il suono, vi si legge il racconto. Dunque, cosa è per me e per quella pietra, quel premio? Una grande conquista. Prima, la mia pietra gridava i suoi (i miei) pensieri e sentimenti con un linguaggio che temevo fosse per altri incomprensibile, che non bucasse la loro indifferenza.

Molti continueranno a rimanere indifferenti: è compito mio non smettere di cercare di spiegare. Sarà un mio limite, ma non riescoa trarre completo appagamento da una suiseki-do in solitaria ☺.        

Ad Arco, ho raccolto il giudizio di due persone che fanno di queste arti una ragione di vita. Loro hanno decodificato i segnali emessi da quella pietra; ascoltandone il suono, ne hanno letto il racconto.

Due giudici, due premi: la suggestione di quella pietra non potrà avere riconoscimento più grande, per me, di questo duplice consenso. Perdonatemi, ma sono in stato di grazia.


Riconoscimento BCI – Trofeo Fuji Sato – migliore suiseki XV° Congresso IBS – Arco -1-2-Maggio 2010

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